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You see something / You say something

New York, 19 maggio 2009.

Ho scelto Airbag dei Radiohead come canzone da ascoltare dal lettore mp3 nella mia prima passeggiata solitaria lungo la 51esima verso la Broadway, e poi giù ancora fino a Time Square e il Greenwich Village. L’ho scelta perché inizia con un suono di chitarra che secondo me è un decollo, e da quando vedo aerei decollare, per me è sempre significato decollare per arrivare qui.

Le sirene delle auto di pattuglia in questa città scretchano come guidate da un dj, partono e si spengono subito: sentirle come sottofondo della musica da auricolare ha il suo perchè.

Sono quasi le sette e la luce è quella giusta, scatto alcune foto. Noto delle scarpe molto belle al 2020 di Broadway ma costano 230 dollari e mi dico che ho ancora del tempo per pensarci. Mi pentirò perché non passerò più di lì, come a dire che gli errori che si fanno al di qua dell’oceano sono gli stessi che si fanno al di là.

A proposito di scarpe, questi newyorkesi mettono le infradito anche con 23 gradi, e secondo me fanno bene. Le newyorkesi invece hanno la fissazione dei piedi curati, ci sono botteghe dette “NAILS” ad ogni strada e in ogni quartiere, dal più ricco al più povero, dove giovani avvenenti signorine si rilassano dopo il lavoro facendosi fare quella che da noi si chiama pedicure.

Sta finendo Airbag, e ci vorrebbe un airbag in effetti per attutire lo scontro frontale con questa realtà e questa cultura che mi ha preso un po’ alla  sprovvista. Servono dei giorni per adattarsi: all’andata ma anche al ritorno, quando sei sceso dalla giostra e ti tocca scalare un po’ di marce.

Uscito dal bancomat intravedo un distinto e abbronzato signore di mezza età, tipico aspetto da colletto bianco, che piazza un cavalletto tipo “leggìo” di fronte ad un grattacielo pieno d’uffici proprio all’ora di fine giornata, quando tanti suoi simili stanno uscendo. Continua a leggere

Il digitale terrestre e la privacy dei miei coglioni

Insomma, chi ero io per non avere Mediaset Premium?

Ma soprattutto: chi ha avvisato della faccenda in modo così repentino Mamma Rai che esattamente il giorno dopo la sottoscrizione all’abbonamento Mediaset mi ha recapitato una bella letterina dove mi ricorda che secondo loro ho fatto il cattivo? All’improvviso non ci credono che non ho la Tele. Era già successo all’improvviso anche a Gennaio, dopo che avevo scelto un bel Sony da 32” LCD. Diciamo che senza preavviso a questi funzionari RAI viene un colpo di genio e spediscono delle lettere. Il concetto del messaggio è che se corro alle Poste e pago metà canone (=82 euro circa visto che siamo a Settembre, che carini!) e poi faccio giurin giuretta che non lo faccio più, allora mi perdonano e non mi mandano a casa i Gendarmi. Ci devo pensare un attimo. Ovviamente lo farò. Chiaro. Sarebbe contro la legge non farlo. E non si va contro la legge.

Ma la domanda è:  chi glielo ha spifferato? Siete stati voi? Non c’è più privacy

Certo che oggi sentivo uno – non ero io eh! – che diceva: ” io col ca**o che do i soldi a Riotta e Del Noce eccetera eccetera. Mi spiace per quei pochi programmi, come Santoro, che hanno un senso ma per tutto il resto a quel Carrozzone non do nemmeno 10 centesimi. Ecco. ”    …. No, no, giuro!…non ero io!…[l’avevo già detto?…Ah]

…e vabèn. discorsi triti e ri-triti… lo so che ho torto, che vi devo dire?…

Ma parliamo d’altro. Com’è l’offerta digitale del gruppo di Berlusconi? Per carità, ci sono TV a pagamento certamente migliori di quella Mediaset, ma tutto sommato per quello che costa non mi posso lamentare. E poi io non sono assolutamente un esperto nè un patito di televisione, diciamo che avevo voglia di vedere qualche partita senza dover necessariamente bere 16 birre al pub. Poi ho scoperto anche un paio di telefilm davvero sfiziosi e devo dire che c’è anche un giro di film abbastanza interessante…a volte possono sostituire più che degnamente il classico noleggio di DVD.

Scusate, suonano alla porta. Vuoi vedere che sono arrivati già qui?…

 

E alla fine ritornao: esaustao ma feliçao

Da oggi ho ricominciato a lavorare. E già qui potrei fermarmi, mettere un punto e andare a dormire. Invece preferisco scrivere di getto quel che mi ha lasciato questo ultimo scorcio di vacanza trascorso in quel di Lisbona, prima che la depressione per la nostalgia mi paralizzi i polpastrelli per altre settimane e il blog rimanga orfano per sempre.

Allora, premessa. Prima di partire tutti a dirmi … E Lisbona la città della luce diquàE Lisbona la città della luce dilà…e io a pensare: minchia che luce ci deve essere a Lisbona!… Ma poi ho scoperto perchè everybody talk like that, e la colpa è tutta di questo signore qua:

Fernando Pessoa, che scrisse

“Non ci sono per me fiori che siano pari al cromatismo di Lisbona sotto il sole”

Ora, il problema è che di luce in effetti ce n’è, e tantissima. Specialmente al mattino, quando era sereno, io facevo fatica a tenere gli occhi aperti! Però – resti tra noi sennò Pessoa si incazza – non è che la cosa mi entusiasmasse così tanto, anzi lì per lì mi ha dato anche un poco fastidio.

Quello che invece non mi dimenticherò facilmente è che questa città è pienissima di odori, rumori e sapori inconfondibili.

Odori: lasciando perdere l’odore di roba da mangiare che preferisco inserire nel capitolo Sapori, se andrete a Lisbona con il naso ben funzionante non potrete non sentire l’odore incredibile che sale dal Tago misto all’umidità, un odore fortissimo nelle prime ore del mattino. Non potrete ignorare l’odore e i profumi bizzarri ma caratteristici delle persone che incrocerete nei tram o per strada, sia uomini che donne. E il bello è che più li sentirete più sarete sensibili a sentirne altri quando passate nei giardini [bellissimo quello botanico, dicono il più grande d’Europa] o semplicemente quando passerete nelle viuzze larghe 4 metri che sanno di vecchio

Rumori : infiniti. Dallo sferragliare dei tram nei saliscendi della città [Lisbona, come Roma, è su sette colli] ai continui spettacoli di magia o circensi che si tengono in ogni angolo delle più grandi piazze. O magari rumori della movida che scende alla Baixa [quartiere basso e centrale] proveniente bella, sbronza e sballata dal Bairro Alto [il quartiere alto e pieno di locali] con schiamazzi e canti. E poi il Fado. Il Blues dei portoghesi. Impossibile rimanere insensibili a questa musica che per i primi 10 secondi sembra una lagna senza speranza, ma dopo 20 ti ha catturato e non ti lascerà mai più. Mi ha fatto pensare tanto. A come certe tradizioni musicali ormai eterne poggino sulla sofferenza. Se da una parte c’era la sofferenza degli schiavi nelle piantagioni di cotone, qua c’è l’infinita tristezza di chi vede partire i propri cari all’orizzonte verso l’Oceano, senza avere certezze: sarebbero tornati? E quando?

Sapori: qui, devo ammettere, c’è stata la sorpresa più grande. Sarà che io magno e bevo che è un piacere, ma chi l’avrebbe detto che sarebbe stato amore a prima vista? La prima condizione che è necessaria per amare la cucina portoghese è che anche voi, come me, abbiate avuto una nonna che vi ha insegnato ad amare il BaccalàO Bachalao. In-des-cri-vi-bi-le. Lo fanno in 1000 modi diversi. E vogliamo parlare delle Sardinhas Asados?? Le sardine ai ferri…spettacolari. Poi mi è piaciuto anche il Caldo Verde, che è una zuppa di cavoli e patate con dentro un pezzo di salsiccia piccante. Insomma, non ve la faccio lunga, ma la vera figata della cucina portoghese è che è POVERISSIMA e tuttavia BUONISSIMA! Chiudo aggiungendo che ci vorrebbe un post solo per raccontare il livello della loro Pasticceria e [UDITE-UDITE] del Caffè Espresso che a volte è anche più buono del nostro! Ok, la smetto, sembro già un drogato in astinenza.

Qualcuno avrà notato che in tutto questo ho tralasciato l’aspetto etilico del mio viaggio. Al di là che il primo giorno avevo già eletto la mia enoteca preferita, base di partenza di ogni serata, devo dire che vini e liquori sono all’altezza del già descritto cibo. E poi c’è questo Vinho Verde che bevono come la Coca Cola, a ettolitri, ed è la versione più simpatica e buona del vino alla spina dell’Autogrill.

La vita notturna, il cui epicentro è il Bairro Alto, è frenetica e senza sosta. Difficile prendere sonno prima delle 4 o 5 di mattina se alloggiate, come ho fatto io, in centro e dirimpetto a una via frequentata. E così, infatti, ho dormito sì e no 4 ore a notte. 

Poi la mattina della mia ripartenza ho scattato dalla mia stanza questa foto, credo poco dopo l’alba.

 

E specialmente ora, che la riguardo con calma, ho come l’impressione che quel tale – quel certo Pessoa – in effetti non avesse tutti i torti. Insomma bastava tenere gli occhi aperti, ma non è colpa mia. E’ che davvero, a tanta luce non ci ero abituato, forse.

“Paola is amazing & Vinicio is groovy”

E’ la scritta che c’è su una delle vetrine più creative e simpatiche che mi è capitato di vedere a Berlino. Parto da qui per raccontare questo breve viaggio in quella che viene definita da molti la vera capitale d’Europa. Parto da qui perchè è la prima cosa che mi è tornata in mente dopo poche ore che avevo rimesso piede in patria. Atterrato da poco più di un’ora girovagavo per Milano, sperduto come nel deserto. Cercavo disperatamente un taxi  ma ero arrivato, con i mezzi pubblici, troppo in periferia e ormai era mezzanotte passata. Allora, dopo che anche la Metro ha chiuso proprio alle mie spalle mentre salivo in superficie, ho iniziato a camminare verso una zona della città che di solito è servita. E passeggiando, appunto, non potevo non fare dei paragoni.

Paragoni tra le luci sempre accese della città che avevo appena lasciato e questa desolazione agostiana meneghina. Tra i negozi di mille colori e di mille tipi diversi, oltre ai ristoranti, che si tuffano nelle strade di Berlino, e queste vie di Milano dove ormai ogni 10 serrande almeno 3 appartengono a qualche BANCA. Abbiamo banche dappertutto, fateci caso. Nessuno ha più soldi, ma in ogni città italiana ho l’impressione che ci siano più filiali di banca che famiglie! Qui qualcosa non torna, ho pensato. [Altro che Paola & Vinicio…che magari han capito prima di noi e se la sono svignata? Mah]

Qualcosa non tornava nemmeno nel conto del taxi: 20 euro secchi per 9 km. Tre giorni prima avevo speso 9,60 euro per un paio di km in meno, e sempre alla stessa ora. Ma non è solo questo. E’ questa sensazione che ti assale subito appena torni a casa da Londra, o appunto da Berlino, di avere immediato bisogno della macchina. Berlino è praticamente tutta ciclabile. Anche io avevo la mia bici e la sera me la parcheggiavo in albergo. Poi quando uscivo con i miei amici preferivamo prendere i mezzi o andare a piedi, ma comunque volendo ci si poteva muovere ovunque su due ruote. Uno dei tratti distintivi dei berlinesi è che hanno quasi tutti, uomini e donne, il pantalone destro in basso stropicciato. Infatti se lo tirano su fin sopra al polpaccio ogni volta che montano in sella, per non sporcarlo con la catena della bicicletta. E’ una cosa molto caratteristica.

Per il resto cosa volete che vi scriva in un post? Vi parlo di Alexanderplatz? Della fermata Zoo Station che ha ispirato gli U2 – e un mio post di qualche tempo fa o della panoramica sopraelevata S-Bahn 9? Dell’isola dei musei? Di Potsdamer Platz e del suo spettacolare colpo d’occhio sulle nette differenze architettoniche tra zona est e zona ovest? Del muro, o magari del museo della DDR o della STASI? Dei loro enormi parchi? Dei ponti sotto i quali sorgono negozi e ristoranti pittoreschi? Tutto questo è veramente bello e interessante e lo trovate ben descritto su Wikipedia o sulle guide e via dicendo… non vale la pena scriverne oltre. Diciamo però che mi faceva un certo effetto frequentare questa città proprio in giorni in cui, notizie alla mano, si riproponeva il tema della guerra fredda: un tema che sembrava ormai  morto e – proprio lì – sepolto.

Quello che posso confermare è che si respira un’aria decisamente frizzante e creativa. La città è riuscita in pieno a rispettare, e anzi ad esaltare, tutte le differenze che le danno vita. E’ per questo che mentre camminate avrete l’impressione di incontrare ogni mezz’ora 100.000 persone diverse tra loro, e non solo 1000 – quando va bene – come da noi. E’ come vedere una foto su uno schermo del PC a bassa definizione e con 16.000 colori, rispetto alla stessa foto ad alta definizione e a 16 milioni di colori.

Un suggerimento logistico. Se riuscite a scegliere trovate una collocazione ad EST, meglio se comunque adiacente al Mitte (il loro Centro Città)…io sono rimasto molto colpito dalla ristrutturazione dei famosi casermoni di case popolari della DDR degli anni 70. Hanno il loro fascino, e sono quartieri in cui è bello perdersi. Vi consiglio quindi Karl Marx Allee o ancora meglio, un poco più fuori, Frankfurter Allee (dove ero io).

Un suggerimento mondano. Prima di fare qualsiasi altra cosa di sera, dopo aver cenato, passate al Tacheles. E’ un luogo di ritrovo dei giovani berlinesi che loro utilizzano come base prima di lanciarsi in qualunque altro posto nella lunga notte a base di TechnoMuzik. Non fatevi ingannare dalle foto che lo ritraggono come un semplice centro-sociale nostrano, nè fatevi spaventare all’arrivo dall’aria decadente e da alcune facce che potreste incontrare lungo le scale quando deciderete di salire. Voi entrate e basta. E poi, salite e basta. Non ve ne pentirete.

Ora prendo un giorno di fiato e poi mi darò ad una settimana di mare nel Centro Italia. Ma nell’ultima settimana del mese sarò a Lisbona, e sono curioso di vedere quale contrasto ci sarà tra le due città. Mi hanno detto meraviglie pure di quest’ultima, anche se per ragioni diverse. Se sù avevano la Techno, laggiù c’è il Fado. Vedremo. A presto…

 

Sideways e l’elogio dell’invecchiamento [o meglio, degli sceneggiatori]

Per il mio compleanno mi hanno regalato un libro che sto praticamente divorando. Quando io divoro un libro vuol dire che ci sono buone possibilità innanzi tutto di finirlo, e poi che non ci metterò nemmeno tanto, tipo due o tre mesi. Ognuno ha i suoi tempi. Comunque, il libro si intitola “Elogio dell’invecchiamento” e l’autore è Andrea Scanzi – mi dicono sia stato il biografo di Roberto Baggio, sticazzi: ognuno ha il suo curriculum[ Il link è da qualche parte sulla destra del vostro telescherm- ehm, volevo dire monitor].

Si parla di vino. E vabbè. Però proprio nel primo capitolo si consuma l’episodio più spettacolare di tutto il volume, e cioè la citazione da parte dell’autore del film minore Sideways. Ad essere sincero, ad esserlo fino in fondocome un buon vino, per esempio –  non è che inizialmente mi fosse venuta tutta questa voglia di andarmi a cercare il film in questione. E infatti mi ci sono imbattuto per caso domenica, costretto sul divano a vedere la TV spremendo il telecomando fino a che su Retequattro a mezzanotte è iniziata la proiezione di questa spettacolare pellicola. [anzi, propongo una definizione per il termine orribile di film minore: film che finisce con l’essere proiettato una domenica di luglio a mezzanotte, e su Rete 4, oppure –aggiungo– alle 18 di un giorno feriale ad agosto e su Italia 1]

Nella scena più famosa del film, che viene citata e commentata egregiamente nel libro,  Maya (Virginia Madsen) sta cercando in qualche modo di sedurre Miles (Paul Giamatti), ma è in difficoltà perchè lui è depresso per un matrimonio fallito  e pensa solo al vino. Allora, come sottolinea bene Scanzi nel suo libro, gli sceneggiatori compiono un doppio capolavoro con il personaggio di Maya. Prima le fanno dire una frase che rappresenta la tipica capacità femminile di fungere volutamente e perfettamente da cassa di risonanza  per le elucubrazioni maschili, tipo “…Posso farti una domanda personale? Perchè sei fissato con il Pinot Nero?…”. E qui lui inizia la classica pappardella da sommelier professionista, scolastico, noioso, autocelebrativo e chi più ne ha più ne metta. Poi, quasi per cortesia, è lui a chiedere : “E a te, perchè piace il vino?”. E qui la buona Virginia, o per meglio dire chi le mette le parole in bocca, cala un poker d’assi da antologia, perchè dice:

“Il mio ex marito aveva una splendida cantina, la usava per impressionare gli amici. Così ho scoperto di avere un palato molto fine. E più bevevo, più amavo quello che il vino mi faceva capire. La verità è che amo pensare alla vita di un vino. Il vino è un essere vivente. E amo immaginare l’anno in cui sono cresciute le uve di un vino: se c’era il sole, o se pioveva. E amo immaginare le persone che hanno curato e vendemmiato quelle uve. E se un vino è d’annata, penso a quante di loro sono morte. Mi piace che il vino continua a evolversi, e se apro una bottiglia oggi avrà un gusto diverso da quello che avrebbe se l’aprissi un altro giorno. Perchè una bottiglia di vino è un qualcosa che ha vita, ed è in costante evoluzione e acquista complessità. Finchè non raggiunge l’apice, e poi inizia il suo lento, inesorabile, declino. E che sapore. Cazzo quanto è buono.” 

Colpito e affondato.

[Per chi ha voglia, la scena è su questo link]

 

Curva dopo curva dopo curv- Sbam!

Dunque. Si dice che gli atleti dediti a sport di resistenza, come per esempio la Maratona o il Triatlon, sviluppino una capacità maggiore di ascoltare il proprio corpo e di sentire quante forze sono rimaste, per poterle gestire al meglio nell’atto agonistico.

Qualcosa del genere mi avrebbe fatto molto comodo sabato scorso. Ma andiamo con ordine.

L’idea principale era di fare una bella gita motociclistica eno-gastronomic-panoramica sul lago di Lecco. Così con un mio amico –nonchè mio mentore per tutto ciò che riguarda le due ruote – siamo partiti alla volta del lago alle 11 di mattina circa. Per tutta l’ora precedente avevo approfittato comunque della bella mattinata per fare altri giri in moto e sbrigare delle commissioni.

Una volta arrivati a Lecco abbiamo deciso di trovare un posto per mangiare non troppo affollato e commerciale, così abbiamo iniziato a costeggiare il lago verso nord fino ad imbatterci in un posticino davvero valido, che vi segnalo. Si trova qui. E si chiama così. Cibo notevole, vino ottimo, e una spettacolare terrazza a strapiombo sull’acqua.

Proprio durante il pranzo, a sorpresa, ho sentito squillare – vibrare – il cellulare. All’altro capo del non-filo c’erano due miei colleghi che mi chiedevano se avessi voglia di fare un giro in moto proprio nella zona dove eravamo noi. Allora, vista la coincidenza, ci siamo dati appuntamento per le 15 davanti al Mac Donalds del lungolago di Lecco.

Tuttavia, una volta di nuovo a Lecco, il mio amico ha deciso di lasciar perdere e di tornare a Milano. Era stanco, e dopo cibo+vino & curve a volontà aveva deciso che era sazio, e quindi avebbe declinato la gita del pomeriggio.

A dire il vero ero stanco e poco lucido anche io. E qui, se fossi stato un maratoneta –come dicevo all’inizio –  o semplicemente meno pirla, avrei seguito il consiglio del suddetto amico. E invece no. Pronti e via, alle 15.30 ero di nuovo in sella alla moto per affrontare quella che doveva essere una semplice passeggiata attraverso un passo di montagna che collegava due valli. O meglio, semplice per chi in moto ci va da anni ed era fresco come una rosa.

Ora: analizzando anche solo aritmeticamente i seguenti numeri si scopre che quanto sarebbe accaduto da lì a breve era del tutto prevedibile. Infatti:

temperatura esterna : 33 gradi anche se c’era vento

miei anni di esperienza in moto: 1

anni d’esperienza dei miei compagni di viaggio : rispettivamente 20 e 14

vino ingerito durante il pranzo : 1 bottiglia in 2

ore di moto già percorse in giornata da me prima della partenza : circa 4

difficoltà del percorso da 1 a 10 : 8

Insomma, per non farla troppo lunga: dopo due ore di curve infinite, dove non riuscivo a stare al passo con gli altri due, curve tutte in salita, tutte a gomito, tutte cieche, con l’asfalto più brutto dell’universo eccetera…è successo che qui a Esino Lario, dove c’è il pallino rosso, mi avreste visto volare alle 18.15 in punto lungo una curva, leggiadro nei miei 85 kg di peso, dritto sull’asfalto, cadendo in avanti e sdraiandomi come fanno i calciatori quando vanno a festeggiare sotto alla loro curva dopo una vittoria importante.

E infatti ho festeggiato anch’io. Ho festeggiato il fatto che alla fine dei conti me la sono cavata con davvero poco o niente: un paio di ferite non profonde e parecchi lividi ma niente di che, a parte la paura del momento. Merito dei guanti e della giacca con le protezioni, che in queste cadute a modeste velocità fanno la differenza.

Ora, la cosa davvero più impietosa, quella che mi fa stare male, è che la mia povera moto è ancora là. Ha perso troppi liquidi e si è rotta la pedana del cambio, così era inguidabile e l’abbiamo dovuta lasciare ferma, tornando giù a valle per le mie prime medicazioni. So che ieri notte ci sono stati temporali in quella zona e me la immagino, tutta sola e sanguinante, a 1000 metri, appoggiata alla costa della montagna sull’erba, coperta da qualche ramo per non attirare troppo l’attenzione di qualche malintenzionato.

Ecco, lei non si meritava tutto questo. Io invece si.

 

UPDATE – Finalmente ieri sera tardi ho avuto la conferma di una buona notizia che mi era arrivata nel pomeriggio. Uno dei due colleghi che erano con me è tornato sul luogo del delitto ed è riuscito, anche se con fatica e dopo qualche aggiustamento fai-da-te, a portare indietro la moto fino a Milano. Stasera dovrebbe tornare nel box, a riposare prima di essere rimessa a posto. Grazie Flavione!

  

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Tre giorni fa era il mio compleanno. Lì per lì non ha significato molto per me. Non è che ad ogni compleanno e ad ogni capodanno eccetera uno debba necessariamente fare dei bilanci. Però in questi tre giorni sono accadute delle cose che io ho comunque ricondotto al fatto di essere diventato un trentaseienne.

Ve le vado ad elencare.

Ieri stavo per divorare di insulti il conducente di una macchina che mi precedeva a velocità ridicola in seconda corsia sulla A4. Mentre lo superavo, pronto ad ogni gesto e sproloquio possibile, mi sono accorto che era un anziano con a fianco la sua signora. Aveva un aspetto concentratissimo e preoccupatissimo. Ce la stava mettendo tutta anche se francamente era un serio pericolo per sè stesso e per gli altri. Allora mi sono calmato. Anzi mi faceva pena, e quasi avrei voluto difenderlo dagli insulti e le clacsonate impietose di chi a sua volta seguiva me e aveva capito la ragione del pericoloso intoppo autostradale. Ho capito una cosa importante: a trentasei anni è ormai evidente che sono irrimediabilmente un BUONO dentro. Non conta la maschera da perfetto stronzo che ho imparato a mettere nelle situazioni di lavoro, la mia bontà è una cosa più forte di me. [Eppure da quando, piccolissimo, mio padre mi insegnò a giocare a scacchi io ho sempre scelto i NERI. E questa cosa non mi torna.]

L’altro ieri ero un pò depresso perchè non sono riuscito a trovare i biglietti per i Radiohead a Milano. Suonavano all’Arena Civica: un posto incantevole per un concerto. Invece di fare cena all’improvviso ho deciso di prendere la moto, per evitare il traffico, e mi sono diretto lo stesso all’Arena. Ovviamente i biglietti non li ho trovati. Allora mi sono messo sul prato, con la mia birra, e ho iniziato a sentirmi il concerto proprio lì, fuori dallo stadio. Anzi in un punto hanno lasciato anche il portone aperto e si vedevano bene il palco e la folla. E’ stato magico. Un suono straordinariamente bello. Un cielo fantastico. Si è creata un’ atmosfera a dir poco da brivido, e anche passeggiando intorno all’Arena ci si incrociava con le altre persone e si rideva come scemi per questa situazione paradossale e indescrivibile che si era creata. Ho capito dunque un’altra cosa. A trentasei anni è evidente che sono ancora capace di emozionarmi per delle cazzate e di riuscire a rincorrerle. E questo mi ha reso felice.

Stamattina presto ero sul tetto di una scuola nel mio ex-Comune di residenza. Io con i tetti ci lavoro. Sono salito su almeno un centinaio di tetti finora. A dire il vero da circa 2 anni mi occupo solo di marketing e dunque potremmo dire che in questo ultimo periodo sarò salito in copertura sì e no 5 volte. Ormai non ci vado più. Ma oggi sono andato perchè il geometra che mi ha chiamato per chiedermi una mano ha passato troppi guai per quel tetto a causa mia: ai tempi, quando acquisii a sorpresa quella commessa, l’hanno accusato di corruzione, proprio lui che era l’unico pulito in quel Comune. Insomma, non mi sembrava bello mollarlo lì. Ebbene: ho realizzato improvvisamente che non è più tempo di saltellare da un tetto all’altro. Avevo paura. Sarà stata l’ondata di incidenti sul lavoro di cui si sente continuamente. Ho capito con quanta scarsa sicurezza si fanno (e ahimè ho fatto) azioni di lavoro non pensando ai rischi che comportano. [Poi ho notato una cosa: il primo a salire sulla scala traballante è sempre il più sfigato: oggi era un bulgaro. Se fosse caduto probabilmente l’avrebbero assunto il giorno prima. Chiaro no? Poi è toccato al geometra. Infine io, l’ingegnere. Più hai studiato, più hai diritto a non morire in cantiere. Mi è sembrato giusto. A trentasei anni ho focalizzato che i nostri cantieri sono SCANDALOSI, e la sicurezza una vera presa per i fondelli.]