Archivi categoria: Se l’ha detto Ipse…

Versi

Post altamente incompleto, ma  per certi versi anche fin troppo denso di.

 

“La mia anima non stilla miele e dolcezze,

happiness and truth,

bisogni naturali.

Ma io ho una bambina, negli intervalli,

che mi accarezza i bianchi capelli.

E gli anni si fanno docili al suo tocco,

mi bacia sulle guance crudeli,

e giochi pazienti di rami mi intreccia,

con le sue pupille, da gatta.”

Ecco com’è che va il mondo – F. Battiato

 

 

“We don’t have to worry,

life goes where it does.

Faster than a bullet

from an empty gun.

Turn yourself over,

loose change we could spend,

grinding down diamonds

round

round

round the bend.”

Round the bend – Beck

Pensare in grande

Riporto fedelmente un articolo uscito su www.disinformazione.it che mi ha molto colpito. Buona lettura.

 

UN DIRITTO DA 20 MISERI CENTIMETRI? – Di Paolo Barnard, 31 Ottobre 2008.

E’ l’estate del 2000, sono a Boston per la mia prima intervista a Noam Chomsky. A chi non lo conoscesse rammento che Chomsky è il più noto intellettuale dissidente americano di sempre, definito dal New York Times “probabilmente il più importante pensatore vivente”, ed è il linguista di maggior calibro del XX e XXI secolo. Insegna al prestigioso Massachussets Institute of Technology (MIT), dove è professore ordinario.

Bene, sto per incontrare questo mostro sacro della cultura accademica nel suo ufficio all’MIT e vengo avvisato dal suo segretario che l’intervista non potrà durare più di 60 minuti, poiché “Chomsky ha un importante appuntamento alle 17 precise”. Non nascondo a costui il mio disappunto: rappresento un network televisivo nazionale (RAI), sono venuto da oltreoceano per intervistare il professore, ho preso questo appuntamento 3 mesi fa, e ora ho solo 60 minuti per montare la telecamera, i microfoni, fare le prove audio e video, poi sbrigare un tema come il Debito del Terzo Mondo, Fondo Monetario, Banca Mondiale, sperequazione della ricchezza… Niente da fare, il prof. ha un impegno. Fine della discussione.

L’intervista è piacevole, Chomsky è gentile, tutto fila liscio, ma dopo 59 minuti, accidenti a lui, il segretario bussa lievemente alla porta e si mostra a Chomsky attraverso il riquadro di vetro della stessa. Sessanta secondi dopo è l’intellettuale in persona che con un sorriso mi dice “time’s up, sorry..”, il tempo è finito, spiacente. Un rapido saluto, stretta di mano e fuori dallo studio con tutti i marchingegni del mio mestiere. Chomsky richiude l’uscio alle mie spalle.
Sono nell’anticamera indaffarato ad arrotolare cavi, riporre microfoni, controllare le cassette, ma non manco di guardarmi intorno in attesa dell’arrivo di questo ospite così imprescindibile. Non c’è, non arriva, nessuno ha suonato, non ci sono colleghi di altri network in coda per un’intervista. Il segretario armeggia col suo pc, un paio di tizi (presumibilmente docenti) camminano da un ufficio all’altro senza alcuna intenzione di dirigersi da Chomsky, un ragazzino meno che ventenne se ne sta seduto alla mia destra sfogliando testi e appunti. Per il resto calma piatta. Ma dov’è sto pezzo da novanta per cui mi hanno messo le braci al sedere?

Saranno passati sette minuti, quando Chomsky riapre l’uscio dello studio e con fare cortese invita il ragazzino ad entrare. I due si accomodano e iniziano la conversazione, li vedo attraverso il riquadro in vetro. Ancora la mia mente si rifiuta di arrendersi all’ovvia realizzazione, e in un residuo sforzo di capricciosa incredulità mi spinge a chiedere al segretario “ma è quel giovane l’appuntamento importante?”. “Sì, è uno del primo anno, un ordinario colloquio col prof.”, giunge serafica la risposta del mio interlocutore. Riparto per l’Italia.

Devo fare rewind e proprio spiegarvelo? No, sicuramente non serve. Cari studenti, questa scena affatto isolata nel panorama accademico statunitense appartiene a un ‘film’ che se mai verrà proiettato in Italia sarà forse fra un secolo, o probabilmente di più. Essa ci parla di un essere nell’università che dista da noi italiani come Marte dalla Terra, di una riforma vera, epocale, di un concentrato di democrazia, diritti, intelligenza, umiltà, pedagogia, libertà che nessuno qui da noi neppure si sogna di sognare. Noi, poveracci, siamo arditamente alle prese con la preistoria della riforma del sapere e dell’insegnare. Qualcuno, qui, se lo immagina un grande barone universitario italiano sbarazzarsi velocemente della CBS, di France 2 o della ZDF tedesca per onorare un colloquio con un ‘primino’ di neppure vent’anni?

E allora. Chiedo a tutti e con vero pathos: perché abbiamo rinunciato a immaginare un ‘altro mondo’? Perché ci facciamo sempre ingannare da chi ci convince che il cambiamento significa conquistare due metri quadri in più di pollaio puzzolente, e non, come dovrebbe essere, miglia e miglia di prati e colline, valli e montagne dove respirare veramente? Perché ci scanniamo per ottenere due metri quadri in più di finanziamenti o di risicate riformucole da strappare alla Gelmini e non lottiamo invece per un’istruzione nuova a cominciare dalla dignità di ogni singolo studente che deve essere il protagonista importante, il numero uno delle priorità di ogni docente, imprescindibile appuntamento senza se né ma, oggetto-soggetto di un diritto attorno a cui ruota tutto il sistema istruzione, e vi ruota con UMILTA’?

Non capite, studenti, che il gioco più perverso dell’era politica contemporanea è proprio il riformismo? E’ quella cosa che ci ha tutti convinti che lottare per i diritti del nostro futuro significhi ottenere qualche decimetro in più nella catena che ci hanno messo ai piedi. Oggi ci hanno convinti, e lo ripeto, che libertà e rivoluzione, che riforma e miglioramento significhino potersi allungare di altri 20 centimetri dal muro cui siamo incatenati nel pollaio in cui siamo rinchiusi. E ce l’hanno fatta: noi siamo proprio ridotti così, completamente dimentichi della possibilità di avere Diritti Veri e una Vita Inedita, ma del tutto inedita, in questo caso un’istruzione da secolo nuovo. Insomma, un’altra esistenza dirompente nel cambiamento, così come l’umanità ha sempre saputo fare nella sua uscita dalla barbarie verso la civiltà. No, nel XXI secolo del riformismo siamo stati ridotto a sentirci trionfanti se un Walter Veltroni riuscirà col referendum a donarci 20 centimetri di riforma dell’istruzione in più. Ed è così in ogni campo del nostro vivere.

No, no  e no! Cosa avrete risolto quando e se la Gelmini avrà fatto marcia indietro? Perché non mettiamo tutta questa energia oggi esplosa nelle piazze per arrivare a una scuola che non ci devasti l’anima, che non ci faccia odiare la cultura, che sia il nostro regno del rispetto nell’età più sensibile di tutta la vita, che non ci insegni le virtù del servilismo e dell’arroganza, dove non ci si senta con le ossa svuotate di fronte alle cattedre o ad aspettare nei corridoi i favori dei baroni? Dove a neppure vent’anni si possa entrare a colloquio dal tuo professore sul tappeto rosso, mentre fuori dallo studio, in corridoio, al resto del mondo tocca di aspettare voi e la piena soddisfazione del vostro diritto.

Immaginare in grande, immaginate in grande.

Poveri noi, poveri loro. Poveri tutti.

Alle otto e mezza c’è Otto e Mezza su la 7. Ma questo lo sapete già.

Chi c’era venerdì? Ospiti d’onore, che promettevano scintille. Da una parte Marco Travaglio e dall’altra Capezzone (che secondo me è meno famoso, altrimenti mi ricorderei, anche di lui, il nome di battesimo).

Il tema – con grande originalità della redazione – è : Esiste l’Antiberlusconismo o no? [Vi prego, aspettate un’attimo, lo so… Non è questo il punto, non andate via.] Travaglio, che non mi sta simpatico ma per lo meno ha una certa credibilità, ha detto le cose che tutti noi che navighiamo su internet conoscevamo già. Niente di più, niente di meno. Credibile nei contenuti e nei modi, in ogni caso.

Capezzone rappresenterebbe invece il nuovo che avanza sul vecchio mezzo, cioè la TV. Dio mio. Al di là della rissa verbale da bar, inevitabilmente da lui cercata e visibilmente auspicata dai conduttori, gli argomenti del giovane portavoce –e portatutto-  del PDL erano imbarazzanti. Quell’uomo ha tradito la mia speranza nel futuro di questo paese (se ancora ce n’era un poco). Come può un giovane così preparato, così ben parlante, così istruito e intelligente, poter pensare davvero tutte le cagate che ha detto? E’ questo il futuro che ci aspetta?

Stavo meglio, ma molto meglio, senza la TV. Questa è la verità. L’altra verità e che se qualcuno – come Capezzone – mi sta antipatico a pelle, devo imparare a darmi ragione più spesso e subito.

Del resto Oscar Wilde ha detto (e forse in passato l’ho già citata):

“Bisogna essere davvero superficiali, a non giudicare dalle apparenze.”

Buona YOUTUBE visione:

 

 

Chiamatelo pure buon umore, o aria capitolina se vi piace di più.

Cos’ho da ridere mentre guido lungo l’Aurelia in direzione Fiumicino diretto in fiera?  Non lo so.

Sarà che ieri notte ho deciso che sarei andato con la prima frequenza che incontravo, e dunque ho scelto la mia radio preferita per questo soggiorno romano: RDS2. E’ un pò troppo pallosamente soft devo dire, però ieri ero esausto ed era ciò che ci voleva. Stamattina comunque non mi ha tradito: nel pieno del traffico mi ha regalato due perle. La prima è Secret Garden di Bruce Springsteen. Quanto bisogno avevo di quella canzone? Tantissimo. La seconda è l’oroscopo di un certo Branco : “Gemelli, siete pronti per il grande salto: la vita professionale è giunta ad un bivio e dovete rischiare senza timori, è la cosa giusta. Fatela!” Cazzo Branco ma dov’eri l’altra settimana quando avevo bisogno di te??! Mi serviva ascoltare esattamente queste parole! Certo che lo faccio! Ci puoi giurare! Grazie comunque.

Sarà che durante sei ore di macchina ho ricevuto tante telefonate gradite. Dove saranno gli occhi tuoi, quando si chiuderanno i miei? Sono d’accordo: è il miglior verso di Vinicio Capossela. E sì, sono invidioso che ci sia chi lo può andare ad ascoltare in questi giorni a Milano, mentre io sono qua. Pazienza.

Sarà che stamane ho pensato che facesse un pò freddo per essere in Centro Italia, ma poi a pranzo ho scoperto che c’erano 22 gradi e me la sono goduta. Pranzo all’aperto! Come mi piace…

Sarà che come avevo previsto la mia giornata ha avuto 2 grossi imprevisti, ma l’ho risolti alla grande e questo mi mette di buon umore.

Insomma che volete che vi dica? Mi son detto: al diavolo la pigrizia, ora prima di farmi la doccia mi metto a riscrivere sul blog. Era un bel pò che non ci venivo. Ho dovuto togliere polvere e ragnatele.

Ecco fatto.

 

Rap

 

Rap is the CNN of the black community, and no one broadcast louder than Public Enemy.”

Chuck D

Si può amare il Rap o no. Lo si può conoscere più o meno bene, da tanto o poco tempo. Quel che è certo è che la voce più autorevole di questa cultura è quella di Chuck D. Un personaggio straordinario, a cui ripensavo domenica scorsa quando in una libreria Feltrinelli ho comprato quasi per inerzia un CD raccolta dei più famosi brani dei Public Enemy. Ascoltare un loro disco può essere faticoso e impegnativo quanto ascoltare del jazz o del blues d’autore, o un brano di musica classica.

Ci sono analogie molto forti tra quello che hanno fatto i rapper con la voce e quello che ha fatto Hendrix, per esempio, con la chitarra. Prendere un qualcosa di scorretto e comunicare attraverso di esso. Per Hendrix erano le distorsioni, i feedback e un volume senza controllo. Per i rapper l’elemento di rottura è stata senz’altro la voce: senza intonazione. O meglio, senza quella tradizionale e basata sui rapporti matematici che regolano le armonie, anche le più complesse. La voce del rapper porta innanzi tutto il ritmo, e non l’armonia. Oggi sembra una cosa scontata, ma ai tempi non lo era affatto.

Dicevo appunto che Chuck D è sicuramente il punto di riferimento di questa cultura. Cercando su YouTube ho trovato questo piccolo intervento in una trasmissione televisiva dove lui racconta di un disguido avvenuto il giorno di un concerto a causa del suo inseparabile co-rapper Flavor Flav che aveva perso l’aereo per raggiungere il gruppo in Florida. Al di là della storia divertente, basta ascoltarlo mentre semplicemente parla per capire cosa significa avere la voce e la cadenza da rapper.

 

Funzionare

Alla fine dello stage, dopo un mese di noia passato in uno stabilimento chimico ad Anagni, il dirigente che mi aveva in consegna mi riaccompagnò alla stazione. Stiamo parlando di circa 12 anni fa ma mi ricordo esattamente cosa mi disse.

Cosa abbiamo imparato?

…….-ovviamente-……

Ricordati di questo, allora. Non è difficile far funzionare le macchine, quelle si fanno funzionare sempre, prima o poi. Non sarà mai un problema tecnico a metterti al muro. Al limite troverai qualcuno che lo risolverà per tuo conto. Quello che è difficile è far funzionare le persone.

Quanto aveva ragione.