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E alla fine ritornao: esaustao ma feliçao

Settembre 1, 2008 · 18 Commenti

Da oggi ho ricominciato a lavorare. E già qui potrei fermarmi, mettere un punto e andare a dormire. Invece preferisco scrivere di getto quel che mi ha lasciato questo ultimo scorcio di vacanza trascorso in quel di Lisbona, prima che la depressione per la nostalgia mi paralizzi i polpastrelli per altre settimane e il blog rimanga orfano per sempre.

Allora, premessa. Prima di partire tutti a dirmi … E Lisbona la città della luce diquàE Lisbona la città della luce dilà…e io a pensare: minchia che luce ci deve essere a Lisbona!… Ma poi ho scoperto perchè everybody talk like that, e la colpa è tutta di questo signore qua:

Fernando Pessoa, che scrisse

“Non ci sono per me fiori che siano pari al cromatismo di Lisbona sotto il sole”

Ora, il problema è che di luce in effetti ce n’è, e tantissima. Specialmente al mattino, quando era sereno, io facevo fatica a tenere gli occhi aperti! Però – resti tra noi sennò Pessoa si incazza – non è che la cosa mi entusiasmasse così tanto, anzi lì per lì mi ha dato anche un poco fastidio.

Quello che invece non mi dimenticherò facilmente è che questa città è pienissima di odori, rumori e sapori inconfondibili.

Odori: lasciando perdere l’odore di roba da mangiare che preferisco inserire nel capitolo Sapori, se andrete a Lisbona con il naso ben funzionante non potrete non sentire l’odore incredibile che sale dal Tago misto all’umidità, un odore fortissimo nelle prime ore del mattino. Non potrete ignorare l’odore e i profumi bizzarri ma caratteristici delle persone che incrocerete nei tram o per strada, sia uomini che donne. E il bello è che più li sentirete più sarete sensibili a sentirne altri quando passate nei giardini [bellissimo quello botanico, dicono il più grande d'Europa] o semplicemente quando passerete nelle viuzze larghe 4 metri che sanno di vecchio

Rumori : infiniti. Dallo sferragliare dei tram nei saliscendi della città [Lisbona, come Roma, è su sette colli] ai continui spettacoli di magia o circensi che si tengono in ogni angolo delle più grandi piazze. O magari rumori della movida che scende alla Baixa [quartiere basso e centrale] proveniente bella, sbronza e sballata dal Bairro Alto [il quartiere alto e pieno di locali] con schiamazzi e canti. E poi il Fado. Il Blues dei portoghesi. Impossibile rimanere insensibili a questa musica che per i primi 10 secondi sembra una lagna senza speranza, ma dopo 20 ti ha catturato e non ti lascerà mai più. Mi ha fatto pensare tanto. A come certe tradizioni musicali ormai eterne poggino sulla sofferenza. Se da una parte c’era la sofferenza degli schiavi nelle piantagioni di cotone, qua c’è l’infinita tristezza di chi vede partire i propri cari all’orizzonte verso l’Oceano, senza avere certezze: sarebbero tornati? E quando?

Sapori: qui, devo ammettere, c’è stata la sorpresa più grande. Sarà che io magno e bevo che è un piacere, ma chi l’avrebbe detto che sarebbe stato amore a prima vista? La prima condizione che è necessaria per amare la cucina portoghese è che anche voi, come me, abbiate avuto una nonna che vi ha insegnato ad amare il BaccalàO Bachalao. In-des-cri-vi-bi-le. Lo fanno in 1000 modi diversi. E vogliamo parlare delle Sardinhas Asados?? Le sardine ai ferri…spettacolari. Poi mi è piaciuto anche il Caldo Verde, che è una zuppa di cavoli e patate con dentro un pezzo di salsiccia piccante. Insomma, non ve la faccio lunga, ma la vera figata della cucina portoghese è che è POVERISSIMA e tuttavia BUONISSIMA! Chiudo aggiungendo che ci vorrebbe un post solo per raccontare il livello della loro Pasticceria e [UDITE-UDITE] del Caffè Espresso che a volte è anche più buono del nostro! Ok, la smetto, sembro già un drogato in astinenza.

Qualcuno avrà notato che in tutto questo ho tralasciato l’aspetto etilico del mio viaggio. Al di là che il primo giorno avevo già eletto la mia enoteca preferita, base di partenza di ogni serata, devo dire che vini e liquori sono all’altezza del già descritto cibo. E poi c’è questo Vinho Verde che bevono come la Coca Cola, a ettolitri, ed è la versione più simpatica e buona del vino alla spina dell’Autogrill.

La vita notturna, il cui epicentro è il Bairro Alto, è frenetica e senza sosta. Difficile prendere sonno prima delle 4 o 5 di mattina se alloggiate, come ho fatto io, in centro e dirimpetto a una via frequentata. E così, infatti, ho dormito sì e no 4 ore a notte. 

Poi la mattina della mia ripartenza ho scattato dalla mia stanza questa foto, credo poco dopo l’alba.

 

E specialmente ora, che la riguardo con calma, ho come l’impressione che quel tale – quel certo Pessoa - in effetti non avesse tutti i torti. Insomma bastava tenere gli occhi aperti, ma non è colpa mia. E’ che davvero, a tanta luce non ci ero abituato, forse.

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Sideways e l’elogio dell’invecchiamento [o meglio, degli sceneggiatori]

Luglio 9, 2008 · 7 Commenti

Per il mio compleanno mi hanno regalato un libro che sto praticamente divorando. Quando io divoro un libro vuol dire che ci sono buone possibilità innanzi tutto di finirlo, e poi che non ci metterò nemmeno tanto, tipo due o tre mesi. Ognuno ha i suoi tempi. Comunque, il libro si intitola ”Elogio dell’invecchiamento” e l’autore è Andrea Scanzi – mi dicono sia stato il biografo di Roberto Baggio, sticazzi: ognuno ha il suo curriculum[ Il link è da qualche parte sulla destra del vostro telescherm- ehm, volevo dire monitor].

Si parla di vino. E vabbè. Però proprio nel primo capitolo si consuma l’episodio più spettacolare di tutto il volume, e cioè la citazione da parte dell’autore del film minore Sideways. Ad essere sincero, ad esserlo fino in fondocome un buon vino, per esempio -  non è che inizialmente mi fosse venuta tutta questa voglia di andarmi a cercare il film in questione. E infatti mi ci sono imbattuto per caso domenica, costretto sul divano a vedere la TV spremendo il telecomando fino a che su Retequattro a mezzanotte è iniziata la proiezione di questa spettacolare pellicola. [anzi, propongo una definizione per il termine orribile di film minore: film che finisce con l'essere proiettato una domenica di luglio a mezzanotte, e su Rete 4, oppure -aggiungo- alle 18 di un giorno feriale ad agosto e su Italia 1]

Nella scena più famosa del film, che viene citata e commentata egregiamente nel libro,  Maya (Virginia Madsen) sta cercando in qualche modo di sedurre Miles (Paul Giamatti), ma è in difficoltà perchè lui è depresso per un matrimonio fallito  e pensa solo al vino. Allora, come sottolinea bene Scanzi nel suo libro, gli sceneggiatori compiono un doppio capolavoro con il personaggio di Maya. Prima le fanno dire una frase che rappresenta la tipica capacità femminile di fungere volutamente e perfettamente da cassa di risonanza  per le elucubrazioni maschili, tipo “…Posso farti una domanda personale? Perchè sei fissato con il Pinot Nero?…”. E qui lui inizia la classica pappardella da sommelier professionista, scolastico, noioso, autocelebrativo e chi più ne ha più ne metta. Poi, quasi per cortesia, è lui a chiedere : “E a te, perchè piace il vino?”. E qui la buona Virginia, o per meglio dire chi le mette le parole in bocca, cala un poker d’assi da antologia, perchè dice:

“Il mio ex marito aveva una splendida cantina, la usava per impressionare gli amici. Così ho scoperto di avere un palato molto fine. E più bevevo, più amavo quello che il vino mi faceva capire. La verità è che amo pensare alla vita di un vino. Il vino è un essere vivente. E amo immaginare l’anno in cui sono cresciute le uve di un vino: se c’era il sole, o se pioveva. E amo immaginare le persone che hanno curato e vendemmiato quelle uve. E se un vino è d’annata, penso a quante di loro sono morte. Mi piace che il vino continua a evolversi, e se apro una bottiglia oggi avrà un gusto diverso da quello che avrebbe se l’aprissi un altro giorno. Perchè una bottiglia di vino è un qualcosa che ha vita, ed è in costante evoluzione e acquista complessità. Finchè non raggiunge l’apice, e poi inizia il suo lento, inesorabile, declino. E che sapore. Cazzo quanto è buono.” 

Colpito e affondato.

[Per chi ha voglia, la scena è su questo link]

 

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Curva dopo curva dopo curv- Sbam!

Luglio 7, 2008 · 11 Commenti

Dunque. Si dice che gli atleti dediti a sport di resistenza, come per esempio la Maratona o il Triatlon, sviluppino una capacità maggiore di ascoltare il proprio corpo e di sentire quante forze sono rimaste, per poterle gestire al meglio nell’atto agonistico.

Qualcosa del genere mi avrebbe fatto molto comodo sabato scorso. Ma andiamo con ordine.

L’idea principale era di fare una bella gita motociclistica eno-gastronomic-panoramica sul lago di Lecco. Così con un mio amico -nonchè mio mentore per tutto ciò che riguarda le due ruote - siamo partiti alla volta del lago alle 11 di mattina circa. Per tutta l’ora precedente avevo approfittato comunque della bella mattinata per fare altri giri in moto e sbrigare delle commissioni.

Una volta arrivati a Lecco abbiamo deciso di trovare un posto per mangiare non troppo affollato e commerciale, così abbiamo iniziato a costeggiare il lago verso nord fino ad imbatterci in un posticino davvero valido, che vi segnalo. Si trova qui. E si chiama così. Cibo notevole, vino ottimo, e una spettacolare terrazza a strapiombo sull’acqua.

Proprio durante il pranzo, a sorpresa, ho sentito squillare - vibrare – il cellulare. All’altro capo del non-filo c’erano due miei colleghi che mi chiedevano se avessi voglia di fare un giro in moto proprio nella zona dove eravamo noi. Allora, vista la coincidenza, ci siamo dati appuntamento per le 15 davanti al Mac Donalds del lungolago di Lecco.

Tuttavia, una volta di nuovo a Lecco, il mio amico ha deciso di lasciar perdere e di tornare a Milano. Era stanco, e dopo cibo+vino & curve a volontà aveva deciso che era sazio, e quindi avebbe declinato la gita del pomeriggio.

A dire il vero ero stanco e poco lucido anche io. E qui, se fossi stato un maratoneta -come dicevo all’inizio –  o semplicemente meno pirla, avrei seguito il consiglio del suddetto amico. E invece no. Pronti e via, alle 15.30 ero di nuovo in sella alla moto per affrontare quella che doveva essere una semplice passeggiata attraverso un passo di montagna che collegava due valli. O meglio, semplice per chi in moto ci va da anni ed era fresco come una rosa.

Ora: analizzando anche solo aritmeticamente i seguenti numeri si scopre che quanto sarebbe accaduto da lì a breve era del tutto prevedibile. Infatti:

temperatura esterna : 33 gradi anche se c’era vento

miei anni di esperienza in moto: 1

anni d’esperienza dei miei compagni di viaggio : rispettivamente 20 e 14

vino ingerito durante il pranzo : 1 bottiglia in 2

ore di moto già percorse in giornata da me prima della partenza : circa 4

difficoltà del percorso da 1 a 10 : 8

Insomma, per non farla troppo lunga: dopo due ore di curve infinite, dove non riuscivo a stare al passo con gli altri due, curve tutte in salita, tutte a gomito, tutte cieche, con l’asfalto più brutto dell’universo eccetera…è successo che qui a Esino Lario, dove c’è il pallino rosso, mi avreste visto volare alle 18.15 in punto lungo una curva, leggiadro nei miei 85 kg di peso, dritto sull’asfalto, cadendo in avanti e sdraiandomi come fanno i calciatori quando vanno a festeggiare sotto alla loro curva dopo una vittoria importante.

E infatti ho festeggiato anch’io. Ho festeggiato il fatto che alla fine dei conti me la sono cavata con davvero poco o niente: un paio di ferite non profonde e parecchi lividi ma niente di che, a parte la paura del momento. Merito dei guanti e della giacca con le protezioni, che in queste cadute a modeste velocità fanno la differenza.

Ora, la cosa davvero più impietosa, quella che mi fa stare male, è che la mia povera moto è ancora là. Ha perso troppi liquidi e si è rotta la pedana del cambio, così era inguidabile e l’abbiamo dovuta lasciare ferma, tornando giù a valle per le mie prime medicazioni. So che ieri notte ci sono stati temporali in quella zona e me la immagino, tutta sola e sanguinante, a 1000 metri, appoggiata alla costa della montagna sull’erba, coperta da qualche ramo per non attirare troppo l’attenzione di qualche malintenzionato.

Ecco, lei non si meritava tutto questo. Io invece si.

 

UPDATE – Finalmente ieri sera tardi ho avuto la conferma di una buona notizia che mi era arrivata nel pomeriggio. Uno dei due colleghi che erano con me è tornato sul luogo del delitto ed è riuscito, anche se con fatica e dopo qualche aggiustamento fai-da-te, a portare indietro la moto fino a Milano. Stasera dovrebbe tornare nel box, a riposare prima di essere rimessa a posto. Grazie Flavione!

  

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Storie di pause pranzo: le modelle e il nigirisushi – e se pensate che manchi una H prendetevela da soli, non si effettua servizio al tavolo! -

Maggio 22, 2008 · Lascia un Commento

 

 

Nyotaimori – la pratica di mangiare sushi dal corpo di una donna

…eh già. Di questa foto parleremo poi alla fine, non cambiate canal- Poi capita che certi giorni mi lasciano da solo nel nostro bell’ufficio, e inizio a pensare a dove fare pranzo. Quando accade il più delle volte ripiego verso casa mia. Non è il massimo pranzare fuori e da soli, ho già dato abbondantemente durante i diversi anni di trasferte on the road.

Da qualche tempo però ho scoperto un posticino che può fare davvero la differenza nelle giornate più dure: si tratta di un ristorante giapponese chiamato Feng Shuioriginalissimo nome – che sta proprio a due passi dalla mia enoteca preferita, cioè in fondo a Via Botta a Milano. Questo posto è particolare per diverse ragioni ma la prima in assoluto è che il sushi è buonissimo.

Subito dopo viene la non trascurabile ragione che il pranzo di lavoro viene organizzato nel cosiddetto Buffet a Volontà, che evidentemente è la traduzione dal giapponese del seguente concetto: con 9,90 € (beveraggio escluso) potete mangiare tutto quello che la decenza e il vostro stomaco possono sopportare, basta alzare le chiappe e servirsi.

Come terza ragione - ma mentre le elenco devo ammettere che faccio fatica a stilare una reale classifica tra di esse – c’è una congiuntura astrale: si dà il caso che Via Botta sia piena di Show Room di aziende legate alla moda, e dunque se siete bravi con le associazioni di idee avrete già intuito che tipo di clientela femminile potrete ritrovarvi gomito a gomito mentre lottate per prendere dal bancone l’ultimo nigirisushi rimasto.

E’ inutile sottolineare il clima di relax all’interno del locale, perchè è una cosa comune a quasi tutti i ristoranti giapponesi; anche questo aspetto non guasta in vista della ripresa del lavoro.

Ecco. Circa una o  due volte al mese, se riesco a coinvolgere all’ultimo secondo qualcuno che mi accompagni, mi permetto questo piccolo lusso, e lo consiglio a chiunque ne abbia la possibilità.

 

About picture above –  cosa ne vogliamo dire del Nyotaimori ? Pro o contro? E’ svilente per le donne?… Che poi una potrà pensare: se ho voglia, col mio partner lo faccio. D’accordo, ma non è svilente trasportare questa usanza culturale giapponese, che sicuramente avrà un suo significato, in locali notturni per curiosi e arrapàti, con cena da 150 euro a cranio?

 

 

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